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12-01-2021

La “rivoluzione teologica”: le donne lettrici e accolite

Il papa Francesco ha cambiato un canone del diritto canonico perché le donne possano diventare lettrici e accolite (senza usare questi nomi al femminile). Da oggi, nella Chiesa cattolica, le donne potranno leggere le Scritture durante la liturgia, però non potranno predicare, cioè gli è vietato spiegare le Scritture lette (le donne leggono e poi il prete spiega ciò che hanno letto). Potranno anche distribuire il Pane e il Vino consacrati, ma non potranno mai consacrarlo. Non sono degne di “dare la vita” al sacramento, di “generarlo” per la comunità dei credenti, ma possono distribuire ciò che hanno “prodotto” i preti maschi.

Possiamo considerare questo passo una nuova, piccola rivoluzione del papa Francesco a favore dell’uguaglianza delle donne? È un passo che aiuta in un processo ecclesiale di riconoscimento di tutti i diritti umani delle donne battezzate? Contrariamente ai notiziari e all’opinione pubblica maggioritaria dentro e fuori la Chiesa cattolica, non è una rivoluzione né nel senso teologico, né legislativo (canonico).

In realtà, da molto tempo le donne leggono le Scritture durante i riti cattolici e in molti luoghi distribuiscono la comunione eucaristica. Sono state loro a conquistare quel loro diritto, negato finora dalla legge della Chiesa. Il passo rivoluzionario è dunque delle donne che da decenni ormai fanno lettrici e accolite nelle parrocchie cattoliche. Loro, dal basso, hanno conquistato la pratica del loro diritto. Non potevano cambiare la legge ingiusta, ma hanno cambiato le pratiche e le usanze, attuando finora contra la legge ecclesiale, ma con il tacito permesso della Chiesa e delle sue autorità maschiliste.

Dunque, il cambio della legge operato dal papa Francesco non è un passo importante? No direi di no. Il legislatore adegua e aggiusta una legge ingiusta, dunque quell’atto del suo governo presenta sempre un’importanza per la comunità sottomessa alle sue leggi. Ma in quel campo preciso la vera rivoluzione, il vero cambio, il progresso reale lo hanno operato le donne stesse e ormai da molto tempo. Questo significa che le autorità della Chiesa avevano solo il dovere di riparare la sua incoerenza legislativa, riconoscendo a livello del diritto il cambio ormai consolidatosi nella vita. Il papa riconosce pubblicamente ciò che da tempo de facto non poteva più non riconoscere. Fare ordine nelle proprie leggi ritardatarie e ingiuste è sempre importante, ma non è la sostanza della rivoluzione, semmai la conseguenza di una rivoluzione fatta dal basso. Il soggetto della rivoluzione è il popolo delle donne credenti, non i funzionari vaticani, che hanno preparato le lettere del papa. Il passo firmato dal papa Francesco va dunque considerato come un fatto assolutamente necessario e storicamente inevitabile, che arriva in ritardo rispetto la realtà. Presenta una sua importanza, perché adegua le leggi ingiuste alla giustizia dell’esperienza vissuta. Bene che lo ha fatto, ma non è l’eroismo delle riforme che si dovevano sperare.

Si può dire forse che il cambio di Francesco sia un passo verso una futura e piena normalizzazione della situazione della donna nella Chiesa cattolica? La risposta è negativa e la dona lo stesso papa. Nella lettera apostolica “Spiritus Domini” con cui modifica il can. 230 § 1 CIC “circa l’accesso delle persone di sesso femminile al ministero istituito del Lettorato e dell’Accolitato” (11.01.2021) esplica che questi ministeri “sono essenzialmente distinti dal ministero ordinato che si riceve con il Sacramento dell’Ordine” (cpv. 5), riservato a soli uomini maschi. L’intenzione del legislatore è del tutto chiara. Non è il passo che intende essere aperto ai futuri sviluppi, ma il passo che vuole ennesima volta chiudere: il futuro e inevitabile progresso dogmatico, la rispettabile discussione teologica sull'ordinazione delle donne e il movimento delle donne per i loro diritti umani nella Chiesa, i quali non saranno pienamente riconosciuti fin quando le donne non saranno uguali agli uomini rispetto a tutti i sacramenti. Il presente passo intende, sotto l'apparenza di una conquista, silenziare quelle donne, che esigono la rivoluzione dei diritti umani nella Chiesa, che esigono di essere ammesse a tutti i sacramenti, compreso il sacerdozio. Il cambio intende accontentare tutti e farli smettere a essere avvocati delle ordinazioni sacerdotali delle donne nella Chiesa cattolica, così come esistono ormai da tempo in diverse confessioni cristiane, più aperte e rispettose dalla realtà cristiana e umana.

Insomma, le donne riconosciute pubblicamente dalle autorità della Chiesa degne e capaci di due ministeri chiamati “laicali” devono, considerando questo passo benevolo della Chiesa, abbandonare la loro speranza di essere in futuro riconosciute anche degne e capaci dei ministeri chiamati “ordinati”. Le donne devono accettare le “briciole che cadono per i cagnolini dalla tavola dei loro padroni” (cfr Mt 15,21-28). Ormai devono accettare la distinzione tra i ministeri secondo genere, che è contraria allo spirito evangelico, per cui un ministero, cioè il servizio alla comunità, è sempre “ministero” senza abusivi aggettivi discriminatori, aggiunti nei secoli dalla Chiesa. Il diritto al ministero cristiano non può dipendere dal sesso o dall’identità del genere o dall’orientamento sessuale. Ma secondo la mens del legislatore, non solo le donne, ma tutti devono accettare una del tutto esasperata distinzione nel sacerdozio. In realtà nella mente della Chiesa non esiste un sacerdozio, ma due sacerdozi cattolici: uno, invece di essere reale, sembra una metafora legata al battesimo e l’altro è quello che propriamente configura in persona a Cristo Capo, di cui sono degni solo i maschi.

Il papa Francesco attraverso il suo cambio di legge assicura il fondamentale principio ideologico: le donne mai preti! Così il “passo in avanti” è pensato come “un passo indietro” o semplicemente un passo che conferma lo status quo e chiude ancora una volta le porte alla normalizzazione dei diritti delle donne nella Chiesa. Tutto ciò risulta chiaro dal documento con cui si cambiano i canoni, ma nella communicazione vaticana avviene una cosa del tutto insolita e strana. Il papa ritiene opportuno o necessario spiegare il cambio pubblicamente in una seconda lettera, molto più lunga. Questa seconda lettera contiene esplicazioni e riporta moltissime distinzioni sviluppate dalla Chiesa che a volte appaiono artificiose e a volte pongono più domande che certezze circa la coerenza degli sviluppi dogmatici. Questa lettera non è indirizzata ai fedeli, perché possano capire meglio le decisioni pontificie, ma al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, come se lui non fosse un competente teologo professionista e non fosse capace da se capire e argomentare teologicamente il cambio legislativo avvenuto. È pertinente chiedersi se non è offensivo dover spiegare queste cose al prefetto del dicastero vaticano, per cui la meditazione della Parola e l'esercizio della teologia dovrebbero essere il pane quotidiano[1]. In realtà, è una lettera che ha un solo scopo ben preciso: battere e ribattere che mai, però mai la Chiesa non ammetterà il diritto delle donne a essere ministre sacerdotali. Lo fa quel papa che ha promesso di non ribattere continuamente le proibizioni cattoliche ormai note, senza ombra di dubbio, a tutti, cattolici e non cattolici. Viene a pensare tristemente che gli argomenti teologici si utilizzano più come quelle pietre preparate per lapidare le donne, perché mai non rialzino la testa e siano sottomesse; quelle stesse pietre che Gesù non ha utilizzato contro la donna, rifiutando coloro che volevano farlo (cfr Gv 8,1-11).

Secondo il papa, le donne non devono smettere di fare tutto “con lo stile proprio della loro impronta femminile” (Francesco, Querida Amazonia, n. 103). Si deve chiedere quale è l’impronta femminile che si distingue nei ministeri? Non c’è ne altra che l’obbediente sottomissione agli uomini maschi che con la loro “impronta mascolina” sono gli unici a essere chiamati a identificarsi con Cristo Capo e Pastore, a spiegare le Scritture e consacrare il papa e il vino (e ammettere o no le donne al lettorato e accolitato). L’argomento di una “impronta femminile” è debole e ormai scientificamente fuorviante. Spiegare, come fa il papa (cpv. 14) che con l’ammissione al lettorato e accolitato “fa anche sì che le donne abbiano un’incidenza reale ed effettiva nell’organizzazione, nelle decisioni più importanti e nella guida delle comunità” è semplicemente falso, quando tutta la trattazione pontificia fatta finora serviva a dimostrare esattamente che quei due ministeri non hanno alcuna incidenza reale ed effettiva nelle decisioni importanti, nella guida e nell’organizzazione della comunità riservata agli uomini maschi ordinati vescovi e sacerdoti.

Purtroppo, considerando quel panorama teologicamente e canonicamente complesso, la produzione delle notizie mediatiche che devono confermare un’ennesima “rivoluzione” del “grande riformatore”, presentano più tratti di propaganda o d’ignoranza teologica. Le donne non dovrebbero essere contente di questo cambio ritardato, perché è un cambio che, con una argomentazione “teologica” contorta, calpesta il loro diritto a essere uguali nella Chiesa. Ciò che sembrano di avere ottenuto con il presente cambio, in realtà possedevano già da tempo. Non è il dono del papa. Il papa una ennesima volta si chiude al grido delle giuste e dei giusti che esigono di rispettare le donne chiamate al ministero sacerdotale e così rispettare i diritti e i doveri di tutti. Le donne continuano a essere nella Chiesa le cittadine di seconda categoria, senza pieni diritti, ma inferiori e sottomesse agli uomini maschi, che devono guidarle. Le donne non possono accettarlo e tanto meno rallegrasi per quelle briciole cadute dalla tavola dei loro padroni, i quali promettono solennemente di non poter fare niente di più per loro. Ormai diranno: “non è colpa nostra – dei maschi – che sono nate donne. Dio ha voluto così". E tutto continuerà come prima.

[1] Accompagnare un motu proprio con una lettera non sarebbe strano e avrebbe un senso se fosse indirizzata a soggetti che devono applicare la norma stabilita con motu proprio, come le conferenze episcopali o il dicastero responsabile per la liturgia, ma non quello responsabile per la dottrina della fede. È curioso perché effettivamente il papa comunica alla fine della lettera al venerato fratello Ladaria che cosa devono fare i due summenzionati soggetti, senza far loro destinatari della lettera. Se vorranno, la potranno leggere dall’internet, perché è pubblica.