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22-03-2020

Isolamenti invisibili

È finita la prima settimana dell’isolamento con due pensieri che girano per la testa. Il primo è una diagnosi, il secondo è una ricetta.

 

Il primo è la certezza che non ho paura della morte. Più precisamente, non ho paura della mia morte (sarebbe probabilmente diverso con il drama della morte degli altri, degli amati che cominciano mancare). Della mia morte: non ne ho paura. Come non mi sono preoccupato per nascere, così non mi preoccupo di morire, diceva Federico García Lorca, a sua volta bestialmente ucciso dal regime cattolico franchista, regime, che non sopportava la sua umanità, diversità e libertà. Dopo la morte non esiste né paura, né dolore, né ingiustizia né discriminazione. Però non esiste neanche la mia stessa morte. Quando muoio, la mia morte non esiste più e non può preoccuparmi. Essa “esiste” solo durante la vita in quanto una “previsione” futura, una “prospettiva” inevitabile, un “pericolo” da allontanare. No, io non ho paura della mia morte. Vivo in pace con quel sonno, che sarà la mia morte.

Io ho paura dell’isolamento. Ho paura di una vita chiusa, bloccata, impedita, imprigionata, scartata, discreditata. Ho paura della vita che si trasforma in una morte, in un blocco totale, in un rifiuto ingiustificabile. Ho paura della morte in vita. Quando oggi l’umanità – per salvarsi – deve imporsi isolamento, possiamo toccare universalmente esperienza di ogni persona che resta chiusa e impotente nel suo mondo, senza forza di vivere. Penso a un disoccupato, che perde speranza di trovare il lavoro. Penso a un malato o una persona con handicap, che è isolata e lasciata sola, impotente. Penso a chi vive la depressione isolato dal mondo che gira attorno indifferentemente o a chi è discriminato o escluso, o è vittima di violenza, di cui non può parlare a nessuno perché non sarebbe compresa. Penso a chi è imprigionato ingiustamente o rifiutato socialmente, perché diverso. L’isolamento universale – per salvare le nostre vite, per difenderci dal virus – mi aiuta a comprendere tutti gli isolamenti invisibili provocati ingiustamente dalle nostre società e religioni, dalle nostre economie e politiche, da pregiudizi e ingiustizie, dai nostri virus quotidiani. Di questi isolamenti ne ho paura. Provocano la lenta morte in vita per le moltitudini e più delle volte restano invisibili. Se oggi – con l’isolamento sanitario – vogliamo salvare le vite, quella nuova vita, che ricupereremo dopo il coronavirus, deve essere capace di liberarci da tutti gli isolamenti invisibili di discriminazioni e violenze, che provocano la morte in vita.

 

Il secondo pensiero in mezzo a quell’isolamento, che si spera non troppo lungo, riguarda una parte fondamentale della nostra cura universale. Non basta chiudersi in casa per profilattica, per non contagiarsi. Tutti già adesso necessitiamo una cura. La cura di far ordine nella vita, nella testa e nello sguardo su noi stessi e sugli altri. La cura di liberarci d’infinità di rifiuti conservati, accumulati, immagazzinati, a casa e dentro di noi. Necessitiamo di liberarci di molte cose per essere nuovamente liberi, leggeri, capaci di muoverci. Liberi dalle memorie inutili, dai rancori paralizzanti, dai problemi ingranditi, dalle paure controproducenti, dagli odi distruttivi, dai pregiudizi e stereotipi, e dalle discriminazioni, dai patriarcalismi, da omofobie e misoginie. Tutti questi stanno dentro di noi.

Liberati adesso per poter far fronte al nuovo mondo dopo il coronavirus. Ricorda che questo mondo non sarà e non potrà più essere lo stesso. Sarà in corsa, come prima, anche per recuperare economicamente il tempo perduto, però non sarà lo stesso. Tu potrai contribuire alla sua novità, se ti liberi dai tuoi rifiuti di mancanza d’uguaglianza, discriminazioni, intolleranze, competizioni violenti, ipocrisie, muri e barricate, che rifiutano l’altro, la sua libertà e la sua diversità, che rinchiudono gli altri o noi stessi negli isolamenti invisibili, nelle morti sociali. A questi isolamenti omicidi – la morte in vita per molti – ne ho paura di tornare.

Potrai affrontare la sfida del tempo dopo il coronavirus, se adesso non perdi tempo utile per liberarti dai tuoi rifiuti. Sarai più leggero, più agile, più tollerante, più capace di camminare e di incontrare e capire gli altri - diversi da te, non appesantito dai vecchi rifiuti tuoi e del tempo perduto.

 

No ho paura della morte, ma ho paura del tempo perduto, dell'isolamanto della discriminazione e del rifiuto dell’altro, e della depressione, e dell’impotenza provocate dalle nostre ingiustizie patriarcali, religiose e sociali. Ho paura della morte in vita di molti e di molte. Non voglio vederla più, una volta usciti dall’isolamento per coronavirus. Senza dubbio, con la medicina e la scienza saremo capaci di sconfiggere il virus e evitare molte morti. Però ora più che mai siamo capaci anche di evitare la “morte in vita”: quel futuro dipende di te. Questo strano tempo dell'isolamento può essere un tempo di liberazione.