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10-07-2018

In difesa dell’identità e dell’amore del sacerdote gay

Mi è stato chiesto un commento sul coraggioso atto del coming out di un sacerdote italiano, oggi felicemente sposato con il suo fidanzato in Spagna.

Non conosco la storia personale di quel sacerdote, dunque posso esprimermi solo sul fatto di rivelare il proprio orientamento sessuale e di far pubblico il suo amore per il compagno in un ambiente paranoicamente omofobo, come è quello della nostra Chiesa cattolica e di una buona parte delle nostre società.

Alcune prime considerazioni:

1. Il coming out di un sacerdote e il suo matrimonio con la persona amata sono sempre un atto ammirevole dal punto di vista umano, cristiano e sacerdotale. Sono il superamento della prigione imposta, dell’inumano armadio, in cui siamo stati chiusi. Sono sempre gli atti che vanno contro corrente e contro la pressione sociale del tempo in cui viviamo. È esattamente quel coraggio che oggi manca alla maggioranza dei gay cattolici (preti, religiosi e religiose, laici e laiche). Con la nostra inerzia e paura manteniamo inconsapevolmente l’omofobia della nostra Chiesa. Sono le vittime che spesso inconsapevolmente appoggiano i propri persecutori, mentre chi si libera da quel perverso circolo, come il sacerdote che fa coming out, è un vincitore.

2. Il sacerdote omosessuale che ha coraggio di vivere la vita matrimoniale e familiare con il proprio marito rimarrà per sempre sacerdote (come quello eterosessuale sposato con la sua moglie). Il matrimonio non toglie il sacerdozio e non è contrario al sacerdozio. Neanche rende impuro o infedele il sacerdote: mostra piuttosto la massima fedeltà e rispetto dell’umanità creata da Dio. Sono due vocazioni che non si escludono, ma si completano, realizzando umanamente e spiritualmente la chiamata all’amore e al serivizio degli altri. Se le leggi ecclesiali non lo capiscono, significa semplicemente che sono leggi ingiuste, rispetto alle quali esiste il dovere di obiezione di coscienza e di disobbedienza non violenta.

Non c’è neanche pena ecclesiale che possa “cancellare” il sacerdozio. Per “spretare” un sacerdote (come dice la gente non esperta di teologia) la Chiesa dovrebbe prima cambiare la propria dottrina cattolica. La Chiesa può solo togliere il lavoro a un prete, di solito senza il dovuto rispetto dei diritti né cristiani né umani, come era anche nel mio caso (niente processo, niente diritto a difesa, il dispresso totale dei diritti umani). Se la Chiesa è capace di non rispettare diritti umani, agire contro la credibilità, disprezzare e neutralizzare un sacerdote, non può “togliere” sacerdozio a nessun sacerdote. Le attuali pene canoniche di “riduzione a laico” o “dimissione dal clero” sono più l’espressione del panico della Chiesa davanti agli abusi pedofili, che risultato di rigore teologico che dovrebbe riflettersi nella vita della Chiesa. Secondo la dottrina cattolica (diversa da quella evangelica o anglicana) il sacramento non si possa cancellare mai. Uno è sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek, piace o non piace al governo ecclesiale.

3. Posso capire la felicità di un sacerdote che si libera dall’oppressione nel coming out sostenuto dall’amore del suo compagno e marito, perché anch’io vivo il mio sacerdozio nell’armonia con la vita familiare con il mio compagno. L’amore è sempre una buona notizia. Va accolto con comprensione e gioia, protetto e aiutato (come fa lo Stato spagnolo con l’istituto del matrimonio ugualitario, sotto la tutela di cui il sacerdote italiano ha realizzato il proprio diritto umano all’amore). L’amore sembrerebbe d’essere anche l’essenza della Chiesa, che però è più esperta nel perseguitare amore sia etero- che omosessuale invece di capire le varie forme di amore con la dovuta empatia e rispetto. Invece di con-sentire, preferisce con-dannare.

4. Per questo il coming out di ogni sacerdote obbliga tutta la Chiesa a riflettere sulla sua ignoranza circa l’orientamento non-eterosessuale e circa i gravi danni che essa provoca nelle persone obbligandole a nascondere chi sono per tutta la loro vita (un vero “terrorismo psicologico”). Purtroppo anche nel presente caso non sarà né riflessione né empatia: la macchina politica della Chiesa è sufficientemente forte per discreditare un singolo sacerdote e in questo modo conservare ancora per molto tempo la propria ignorante propaganda e conseguente ipocrisia in cui vive il clero, gendarme dell’omofobia.

Ai preti “sconvolti” per il fatto che un sacerdote si sposa con il proprio compagno, dei quali parla la stampa, dico che sconvolgente è solo la loro ignoranza circa l’orientamento sessuale e l’essenzialità di questo fatto per la vita umana e cristiana. In realtà sono proprio i preti (gay e etero) che realizzano in prima linea l’abile politica dell’omofobia della Chiesa. Invece di domandarsi evangelicamente che significherebbe per noi il fatto se l’omosessualità fosse veramente un’orientamento sessuale per secoli incompreso e perciò condannato o oggi finalmente compreso correttamente e perciò accettato. Invece di informarsi, riflettere, pensare e domandare, vige la verità della forza della propaganda e della cieca sottomissione. La verità della forza obbliga discreditare, disprezzare ed eliminare uno che aveva coraggio di porsi la domanda sulla propria identità e grazie all’inerzia del clero e dei laici, è rimasto solo e rifiutato dalla sua comunità (però amato dal suo marito).

5. In questo modo la Chiesa riesce neutralizzare la rivoluzione dei gay credenti, che è l’indispensabile e unica via per cui si riesce a obbligare le gerarchie ecclesiali a cominciare rispettare finalmente la natura umana e confrontarsi con la scienza sulla sessualità. Questa necessaria rivoluzione inizia in ogni coming out, quello di sacerdote, religioso o religiosa, laico o laica, di solito già innamorati e periò forti dell’amore e non soli per compiere il passo contro tutto il sistema che li sta distruggendo, come persone. Per questo davanti ad ogni coming out in un ambiente paranoicamente omofobico bisogna solo chinare il capo con rispetto e empatia, bisogna appoggiarlo e difenderlo, come si difendono i diritti umani di ciascuno. La Chiesa distrugge rapidamente la credibilità di ogni gay coerente con il proprio orientamento sessuale e coraggioso da renderlo pubblico.

Ciò che molto più grave che le persone LGBTI cattoliche non stanno tra coloro che in maniera pubblica e sufficientemente forte si mettano da parte chi aveva coraggio di denunciare il sistema. Purtroppo trovano varie scuse per offuscare ciò che essenziale: un fratello ha detto di no alla forza del male, a cui tutti dovrebbero opporsi. Mentre i gay cattolici non di rado con la scusa dell’obbedienza alla Chiesa, della prudenza e di non poca ignoranza, almeno con il silenzio appoggiano il persecutore.

Ogni coming out è il rifiuto e la denuncia di una male che ci distrugge tutti. È anche il richiamo di coscienza per tutti coloro che non si sono opposti al sistema oppressore in maniera sufficientemente decisa.