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03-08-2017

Il monsignore gay a Livorno rilancia la sfida al Vaticano

La presentazione del libro di Charamsa

Il monsignore gay a Livorno rilancia la sfida al Vaticano

Krzysztof Charamsa, il teologo del Sant'Uffizio protagonista del clamoroso coming out, ha presentato il suo libro "La prima pietra" a Effetto Venezia


LIVORNO. Si accende di emozione e si alza in piedi Krzysztof Charamsa quando dice: «Sui gay la Chiesa deve superare il suo complesso, lo deve fare al più presto perché il suo ritardo è colpevole». L’incontro con il prete teologo ex ufficiale del Sant’Uffizio – ospite di Agedo e Arcigay Livorno – è stato il primo appuntamento di Effetto Venezia, la rassegna che si è appena conclusa tra le fortezze e i fossi. Anche in conferenza stampa a Roma, era l’ottobre 2015, Charamsa si alzò in piedi davanti ai microfoni e disse: sono gay, ecco il mio compagno. Della foto di quel giorno risaltavano l’abito nero del monsignore, il colletto bianco e la mano nella mano del suo Eduard.

All’appuntamento livornese per presentare il suo libro “La prima pietra” (Rizzoli), una settimana fa, dell’autore spiccava invece la camicia, un mosaico multicolor di porte e finestre aperte e chiuse: praticamente una dichiarazione di intenti, per uno che ha provato sulla pelle cosa sia l’abito per il monaco. «La chiesa – dice – ti apre una sola finestra e vuole che tutte le altre siano chiuse. Ma questo non era l’insegnamento di Gesù». «Bisogna far entrare la luce – aggiunge – il mio amore per Eduard mi ha insegnato che per amare l’altro prima dovevo riuscire ad amare me stesso. La Chiesa invece insegna agli omosessuali ad odiarsi, a ripudiare la propria sessualità. Ma come diceva Simone de Beauvoir: l’oppressore non sarebbe così forte se non avesse dalla sua parte gli oppressi».

Parla come un fiume in piena, Krzys Charamsa, 45 anni, con il suo perfetto italiano reso unico dall’accento misto tra il polacco della famiglia d’origine e il catalano di quella d’adozione. In mezzo c’è una vita nella grande famiglia della Chiesa: sacerdote dal ‘97, in Vaticano per dodici anni come ufficiale della Congregazione per la dottrina della fede (al suo arrivo la guidava Ratzinger che Charamsa considera un maestro), professore di teologia nelle università vaticane, poi segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale. Ma il monsignore, teologo esperto del pensiero di San Tommaso d’Aquino («un genio che deve essere reinterpretato»), negli anni in cui dal Sant’Uffizio sosteneva le posizioni più reazionarie su gender e sessualità, sentiva crescere in sé il sentimento di ribellione.

Un percorso doloroso, oltre la vergogna e il rifiuto di sé, fino alla decisione di rompere con la dottrina della Chiesa per sfidarla a viso aperto dall’esterno: «Vivevo in una prigione interiore, non esistevo più, esisteva solo la mia maschera». «La chiesa – attacca – è l’organizzazione più omofobica del mondo». «Per lei – spiega – l’omosessualità non esiste se non come deviazione. L’amore tra gay è svuotato di dignità perché un gay è considerato incapace di amare». Papa Francesco? «Un uomo fantastico, ma le sue aperture sono viste come fumo negli occhi dalle gerarchie, ancorate a posizioni arretrate». Cosa chiede? «Intanto, che venga cancellato il divieto orribile e ipocrita introdotto da Benedetto XVI di accogliere i gay nei seminari». E infine «che la Chiesa cominci a rivedere le proprie posizioni omofobiche, aprendosi al progresso scientifico, alle scienze sociali, all’ascolto dei suoi tanti eccellenti preti gay. Ogni uomo deve poter accettare la propria sessualità per essere realizzato e rispettare anche la promessa di celibato».

foto: Krzysztof Charamsa a Livorno (foto Repetti - Pentafoto)

>>> Il Tirreno, 3 agosto 2017.
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