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28-08-2018

1/3 Perchè pregare quando vedi che tu@ figli@ è gay o lesbica?

Nel suo volo da Dublino (26.8.18) il papa Francesco ha ricevuto una nuova domanda circa la questione omosessuale. La sua risposta apparentemente potrebbe suscitare entusiasmo, perchè il capo della Chiesa cattolica consigliava di “dialogare”, “capire”, “non ignorare” né “silenziare”. Per di più, pocchi hanno notato che per la prima volta ha esplicitato che nell’omosessualità non si tratta solo di un figlio (gay), ma anche delle figlie (lesbiche), una questione oggi scontata, ma non per la Chiesa cattolica, dove le lesbiche sono annientate socialmente in maniera molto più dura che i maschi gay. Apparentemente la risposta del papa potrebbe dare il conforto grazie ad alcuni elementi positivi, che essa contiene, ma che oggettivamente sono inseriti in un sistema di pensiero basato sulla falsità e offensivo per la dignità omosessuale.

Vale la pena dedicare un po’ di tempo ad analizzare le sue parole, che riflettono lo stato dell’ignoranza e del pregiudizio in cui vive la Chiesa, che lui presiede e di cui pensiero rappresenta e autorevolmente impone a tutti i battezzati.

Oggi mi dedico solo al suo primo consiglio: “Cosa io direi a un papa che vede che il suo figlio o sua figlia ha quella tendenza, io direi primo pregare, preghi...”.

Per una persona credente, che prega regolarmente, come io, il consiglio di pregare in ogni situazione, che sia di gioia o di dolore, è qualcosa di naturale. Si prega per lodare e ringraziare Dio per le cose buone che ci passano o per chiedere il suo consiglio o rimedio nelle questioni dolorose e problematiche. Si prega per capire meglio le situazioni oscure o meditare le decisioni e atteggiamenti da intreprendere da parte nostra nelle varie questioni della vita. Io prego ogni giorno e lo consiglio ai credenti, come a coloro che non si identificano con la fede, consiglio di meditare ogni giorno nella propria coscienza. Dunque, il generale consiglio del papa sembra del tutto corretto. Dobbiamo, però, domandarci perchè un padre deve pregare quando vede che il figlio è gay o la figlia lesbica. Nella preghiera porta a Dio (o almeno a se stesso) la situazione che è l’occasione di preghiera. Quali sentimenti e quale coscienza porta nella preghiera avendo capito l’omosessualità del figli@?

Ci sono due possibilità. Se il gentiore ha una minima conoscenza di ciò che è il sano orientamento non eterosessuale, l’uguale dignità e i conseguenti diritti delle persone omosessuali, identici a quelli degli eterosessuali; se il gentiore sa che i gay o le lesbiche hanno gli stessi diritti all’amore e alla sessualità, alla visibilità e alla realizzazione di sè come gli eterosessuali, e si rende conto come questi sono proprio annientati in molte società e nella maggior parte delle religioni, compresa la Chiesa cattolica, dunque la sua preghiera sarà per primo di lode e di ringraziamento per il figlio gay o la figlia lesbica, chiedendo a Dio (o alla propria coscienza e conoscenza) consiglio come sostenere l’altr@ nella sua realizzazione e nella sua umana ricerca d’amore e di relazione stabile (matrimonio con il proprio compagn@). Per secondo, se quel genitore constatta ostilità sociale e religiosa, pregherà affinchè Dio li doni forza a opporsi a queste forze sistematiche del male che non permettono vivere serenamente e liberamente l’impegno della propria identità sessuale. Pregherà per trovare modi a opporsi all’omofobia della società o, se è il caso, delle istituzioni statali e senza dubbio, pregherà di come agire contra l’omofobia della Chiesa cattolica, che offende e ostacola la realizzazione umana di su@ figli@. Questa sarà la sua preghiera se ha un minimo di conoscenza su ciò che comporta l’orientamento sessuale, conoscenza che negli ambienti cattolici è molto limitata.

Diversamente, se un cattolico ha preso sul serio ciò che la Chiesa impone oggi sull’omosessualità, in aperta contraddizione con i dati scientifici, pregherà indossando la sua paura, il pregiudizio, la percezione della situazione anormale, difettosa, da evitare e da nascondere. Pregherà portando a Dio dolore, sofferenza, delusione, chiedendo magari a Dio di risolvere quel “problema”. Esattamente un grave problema, assolutamente non dono! Pregherà cercando un aiuto di Dio davanti a “un’inclinazione oggettivamente disordinata” di su@ figli@, cosa che ogni cattolic@ ha in coscienza obbligo di ritenere circa l’omosessualità (secondo le leggi della Chiesa, di cui fa parte).

Torna dunque la domanda: perchè, secondo il papa, si deve pregare una volta “vista” l’omosessualità? Si deve pregare in un'ottica positiva del dono da accogliere, da farlo crescere e fruttificare nella matura relazione dell’amore tra due persone omosessuali? O si deve portare nella preghiera un'ottica negativa dell’omosessualità stigmatizzata dalla Chiesa come un trauma, una difficoltà, un problema inquieto?

Chi è propenso a ingannare se stesso per sopravvivere nell’ipocrisia della Chiesa, mi dirà che il papa non dice tutto ciò. Effettivamente egli non esplicita, ma dobbiamno domandarci se non ammette implicitamente certi risvolti del pensiero. Senza dubbio non invita a lodare Dio per il dono dell’omosessualità, che invece dovrebbe fare, se avesso promosso veramente le riforme del pensiero della Chiesa e se avesse confrontatosi con le conoscenze scientifiche, come prometteva all’inizio del pontificato (e non con i pregiudizi, che divulga con sconvolgente e irresponsabile facilità). Per la Chiesa l’omosessualità non è un fatto positivo, dunque la preghiera non sarà di lode o di ringraziamento. La sua raccomandazione di pregare non è neache neutrale (“prega in qualsiasi situazione”). Implicitamente il papa raccomanda di pregare per “un problema, una difficoltà, un difetto” non solo perchè non ha cambiato nulla nella posizione omofobica ufficiale (che ha potere e dovere di cambiare, aggiornandola allo stato della conoscenza scientifica attuale). Lui non solo implicitamente mantiene tutta la dottrina omofobica, ma nella stessa risposta usa il linguaggio dell’omofobia, “nascosto” nel discorso buonista.

Al riguardo segnalo solo tre elementi di quella risposta. Per primo, il papa parla della “tendenza omosessuale”, non ammettendo l’identità dell’orientamento sessuale (promuove così la dottrina e la legge omofobica della Chiesa, senza intraprendere un minimo sforzo intelettuale di verifica della sua veradicità). Su questa base non è possibile costruire alcun miglioramente dell’atteggiamento della Chiesa rispetto le persone gay/lesbiche. Sarebbe solo come permanere nell’ipocrisia ignorante, rendendola un poco più sopportabile per le vittime ingannate, ma non eliminando nulla di quel delitto sistematico con cui continuano ad essere opresse. Parlando di omosessualità, il papa parla di “quella cosa”, come se fosse una “cosa” aggiunta alla persona, da cui se vuoi e ti impegni puoi “liberarti” (vorrei sentire un discorso sull’eterosessualità, in cui si parli di essa con un - tutto sommato - dispreggiativo termine di “quella cosa”. Normalmente diciamo “quella cosa” quando non sappiamo, ovvero ignoriamo la definizione esatta di una realtà). Il linguaggio e il pensiero dietro il linguaggio riflettono la visione della Chiesa, dove solo l’eterosessualità è la parte integrante della sessualità umana e degna di rispetto, mentre l’omosessualità è qualcosa di “aggiunto”, comunque “esteriore” e forse “superabile” (con medicina, psichiatria, psicologia, preghiera o altro).

Poi, il papa parla dell’inquietudine della propria omosessualità. (dice: “Poi, in quale età si manifesta questa inquietudine del figlio, è importante”). Ma l’omosessualità non è inquietudine! Il suo vissuto diventa un dramma d’inquietudini, paure, contraddizioni fino ad essere un vero e proprio “inferno spirituale” per un credente cattolico a causa dell’omofobia imposta dalla Chiesa.

Infine, nel suo discorso apparentemente “positivo e riformatore” il papa introduce un elemento che è presupposto, ma che avrebbe dovuto - per la strategia farisaica della comunicazione ecclesiale - ommettere parlando a un vasto pubblico (in quel caso mondiale), quando raccomanda di portare al psichiatra il gay o la lesbica minorenne. Dice: “Una cosa quando si manifesta [questa tendenza - inquietudine] da bambino, ci sono tante cose da fare, con la psichiatria, per vedere come sono le cose”. I diffensori del pensiero pontificio hanno notato che lui dicendo “psichiatria”, pensava in realtà alla “psicoanalisi”, che adesso è promossa dalla Chiesa dopo aver lottato ferocemente e ciecamente contro Freud per quasi un secolo (sia la precisione dell’espressione sia la cellerità della revisione della precedente posizione sono tipicamente cattoliche). Disgraziatamente neanche quella scusa possa superare l’abberrazione di ciò che viene affermato da uno dei maggiori capi spirituali mondiali, quando l’omosessualità da tempo è finalmente riconosciuta come un sano orientamento sessuale, escludendo qualsiasi stigmatizzante marco di malattia o diffeto psicologico, semplicemente perchè infondato scientificamente (oggi quel stigma è fondato solo religiosamente e il papa Francesco lo mantiene). I diffensori del papa e perciò anche del mantenimento dell’omofobia ecclesiale dicono: il vero pensiero del papa era di “portare il minorenne gay o la minorenne lesbica da psicoanalista”. Credo che i genitori degli eterosessuali sarrebbero molto sorpresi di ricevere tale consiglio pontificio. Perchè avrebbero dovuto portare i figli eterosessuali da psiconalista, di cui aiuto cercherebbero in qualche situazione difettuosa o comunque migliorabile, mentre l’eterosessualità è in sè normale e buona. L’aiuto specialistico necessita solo un gay o una lesbica per il suo difetto inquietante e non importa se siamo nella fase storica di raccomdabile aiuto medico, psichiatrico, psicologico o psicoanalitico. Siamo sempre nella stigmatizzazione della persona omosessuale, sulla base su cui non si possa costruire alcuna accoglienza o accettazione di quelle sane persone. Sarebbe un’accoglienza basata sulla falsità, che priva comunque della dignità la persona “accolta”, su cui conto si divulgano e impongono nel campo religioso le semplici abberrazioni.

Il problema è che il papa Francesco è chiuso nel sistema di pensiero, nel linguaggio e nel criterio omofobico, dentro il quale pretende di “riformare” attitudine verso le persone omosessuali, senza riformare la disprezzante stigamtizzazione della loro identità. È come dire: dobbiamo mantenere un fondamentale rispetto a un serialkiller, perchè nonostante i suoi delitti, rimane sempre una persona umana (difettuosa a livello morale). Oppure: dobbiamo assolutamente rispettare un malato, specialmente un malato psichico, tenere comprensione per lui, cercare di aiutarlo, prendere cura di lui, perchè è una persona umana vulnerabile (difettuosa a livello della salute). Oppure: dobbiamo il rispetto anche una persona immatura, che per difficoltà vissute nell’infanzia o nell’adolenscenza non ha potuto raggiungere la piena maturità umana e sociale nella vita adulta (difettuosa a livello psicologico).

Il papa Francesco ha convinto una gran parte delle persone omosessuali, accontentate di essere trattate in questo modo o ingannate dalla sua “accoglienza” che lui li propone, come a soggetti vulnerabili e inferiori, necessitanti delle cure e molta comprensione in mezzo alla loro difficile situazione. Così i contenti gay cattolici non si ricordano più che l’opprimente difficoltà che vivono è creata e imposta dalla loro Chiesa, che adesso si era "travestita" con una maschera di un “papà” preocuppato per il “povero disgraziato” gay.

Se i gay cattolici sono contenti di essere trattati in questo modo, sforzandosi di trovare positivo appiglio nelle parole del papa nei voli, è un problema loro, che riflette come le vittime sono le prime a collaborare con il sistema di persecuzione, invece di seguire il dovere morale di disobbedirlo urgentemente, decisamente e pubblicamente.

È vero che ritrovarsi nell’ipocrisia del sistema omofobico della Chiesa non è stato mai facile. Oggi è particolarmenter diffcile, perchè sistema sopravvive grazie a essere ingannevole con i pensieri sibillini e ben confezionati di un buonismo che nasconde una sistematica violenza spirituale e morale sulle coscienze. Ma nel dovere cristianao bisogna stare sempre attenti di non ritrovarsi tra le vittime perseguitate che più o meno inconscientemente appoggiano il persecutore. Sempre è da ricordare la saggezza di una grande femminista: “l’oppressore non sarebbe così forte se non avesse complici tra i propri oppressi”. La Chiesa omofoba e lesbofoba non sarebbe così forte se non avesse complici tra i propri oppressi gay e lesbiche: laici e laiche, religiosi e religiose, sacerdoti, vescovi e papi.

Il papa Francesco nel volo da Dublino aveva ringraziato il giornalista per la sua domanda tre volte. Noi, nel dovere di coscienza, non possiamo ringraziarlo per la sua riposta, perchè implicitamente comporterebbe il nostro appoggio all’annientazione dell’identità omosessuale, del suo diritto e dovere di realizzarsi nell’amore in serenità e pace, non ostacolati dal volto – in quel caso disumano – della religione.

Se vuoi pregare, preghi affinché Dio ti apra gli occhi al mare dell’omofobia cattolica, che papa Francesco nasconde – in maniera geniale – con la maschera del buonismo, affinchè il sistema omofobico della Chiesa possa continuare a permanere nel tempo ancora per molto, senza conversione alcuna. La sua azione è un salvataggio dell’omofobia in extremis, quando non ci sono più argomenti minimamente convincenti per mantenere la persecuzione religiosa anti-gay (e non ammettere il loro diritto all’amore e al matrimonio). Se vuoi pregare, preghi di non essere complice di quel male. Preghi di avere la forza di una rivoluzione dentro la religione. Preghi di essere capace di una disobbedienza civile e religiosa contro l’omofobia camuflata, perchè per vincere il male, bisogna che le vittime vincino prima se stesse e non siano complici dell’oppressione mascherata.